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Scompenso cardiaco, team pisano rivela lo sviluppo,Nell'equipe anche il brindisino (di Torre Santa Susanna) Giuseppe Vergaro ...

PISA — Lo scompenso cardiaco rappresenta la comune via finale di molte patologie cardiovascolari e una delle principali cause di ricovero e decesso nel mondo occidentale. Adesso uno studio effettuato da ricercatori italiani dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna e della Fondazione Toscana Gabriele Monasterio di Pisa, pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica di cardiologia, “Circulation”, dimostra che il dosaggio ematico con metodiche ad alta sensibilità di una proteina cardiaca - la “troponina T”, di norma impiegata per la diagnosi di infarto miocardico acuto - è anche in grado di fornire agli specialisti un potente strumento di predizione del destino dei pazienti affetti da scompenso.

La ricerca è stata realizzata dai cardiologi Michele Emdin, Claudio Passino, Alberto Aimo, Giuseppe Vergaro e dallo statistico Andrea Ripoli ed è frutto di un progetto collaborativo internazionale ideato e coordinato dai ricercatori dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna. Il progetto è riuscito ad analizzare i dati di 9289 pazienti grazie a 11 studi europei e americani. Attraverso metodi statistici avanzati, come la meta-analisi eseguita sui dati singoli, ha stabilito per la prima volta i valori di soglia di rischio (18 ng/L) nel livello della “troponina T”, da utilizzare per orientare la decisione clinica. Il dosaggio di questa proteina cardiaca con metodica ad alta sensibilità permette di adattare la strategia terapeutica sulla base del rischio individuale di ogni paziente e di prevedere l’evolversi della patologia.

“Questa osservazione sull’utilizzo della ‘troponina T’ è assolutamente originale – sottolineano i cardiologi Michele Emdin e Claudio Passino - ed è merito di una collaborazione internazionale tra la ‘scuola cardiologica’ del Sant’Anna, della Fondazione Toscana Monasterio e dei principali centri di cardiologia europei ed americani. I risultati pubblicati confermano il valore dei biomarcatori di danno cellulare per la valutazione integrata del paziente cardiopatico e la loro utilità per la messa a punto – concludono - di nuovi strumenti di diagnosi e cura di una delle patologie più frequenti e pericolose, com’è appunto lo scompenso cardiaco, con importanti ricadute cliniche.”

 

 
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