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Lavanda dei piedi costata cara, l’ultimo saluto di padre Gabriele ai suoi fedeli

Ha finito di officiare la sua ultima messa nella chiesa di San Michele Arcangelo, poi ha lasciato l’altare ed ha riunito i fedeli davanti alla statua della Pietà per dare l’annuncio con un groppo in gola: «sabato dovrò sparire da Manduria, dopo 25 anni non potrò più celebrare messe qui, né confessare». Padre Gabriele Meccariello, settantasei anni suonati, 49 di sacerdozio, sta pagando così l’incidente della mancata lavanda dei piedi agli extracomunitari, saltata non per colpa sua ma diventata troppo clamorosa per non aspettarsi effetti. E nella chiesa le decisioni si prendono così, senza preavviso né spiegazioni, senza nessun tribunale o commissione di disciplina e senza possibilità di difesa, nessun diritto, insomma, che viene riconosciuto nei Paesi dove c’è democrazia. Il licenziamento, ammantato d’incenso, anticipato con una telefonata, è stato formalizzato con una letterina di cinque righe partita dalla sede fiorentina della Curia provinciale dell’Odine dei Servi di Maria, a cui padre Gabriele appartiene. «Il Consiglio provinciale tenuto il 4 aprile 2018 ti assegna nella comunità di Napoli con residenza nel convento di Saviano, a partire dal 7 aprile». Oggi, per chi legge. Le date sono importanti: giovedì Santo, 29 marzo, la polemica sull’altare tra i due sacerdoti (padre Gabriele che spiega ai fedeli il suo desiderio della lavanda multirazziale e padre Leonardo che sbotta, interrompendo l’omelia, addossandosi la responsabilità del fallimento del rito); la notizia finisce sui giornali e il 4 aprile si riunisce il governo dei Servi di Maria che decide l’allontanamento dei due religiosi «seduta stante»; il 5 aprile viene trasmessa la lettera, il 7 devono sloggiare, due giorni di tempo per preparare le valige e sistemare le cose, affetti, affari, impegni vari, costruite in 25 anni di onorato servizio nella popolosa comunità parrocchiale manduriana.

I parrocchiani sono ammutoliti, non sanno reagire e forse non fanno quello che padre Gabriele si aspettava da loro. Osservano in silenzio l’epurazione dei due religiosi. Padre Leonardo Demaglie si defila,(ma è stato trasferito anche lui al Nord), padre Gabriele invece non si dà pace, da lui viene fuori lo spirito combattivo che da giovane, negli anni della contestazione, lo ha visto in prima fila nelle battaglie civili contro il nucleare o per diritti dei lavoratori. Diritti che a lui ora vengono negati da un sistema troppo grande per le sue forze. 

Nelle sue parole pronunciate in chiesa alla fine della sua ultima messa a servizio della chiesa qui a Manduria, c’era tutta la rabbia e il dolore di questo triste epilogo caduto come un fulmine proprio il giorno in cui avrebbe dovuto festeggiare il suo 49esimo compleanno da sacerdote. «Un’ora fa – ha detto l’altro ieri ai fedeli rimasti in chiesa dopo la messa serale -, il nostro Provinciale si è sentito telefonicamente con il vescovo Vincenzo Pisanello che mi ha fatto un bel regalo: non mi vuole più a Manduria». Con la stessa amara ironia, poi, padre Gabriele si è rivolto ai suoi parrocchiani che lo hanno ascoltato ammutoliti e commossi: «chiedo perdono ai manduriani per tutti gli scandali di cui mi sono macchiato in questi venticinque anni di permanenza a Manduria». Poi la battuta finale: «Resterò nel mio alloggio agli arresti domiciliari».

Già da oggi, 7 aprile, quindi, la parrocchia e la chiesa di San Michele Arcangelo saranno gestite provvisoriamente da qualche delegato della diocesi di Oria sino a quando l’Ordine dei Servi di Maria non nominerà altri religiosi che prenderanno il posto dei due sacerdoti licenziati.

Nazareno Dinoi

 

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