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La fuga di 200mila laureati al Nord, così il Sud ha perso 30 miliardi

Se negli anni cinquanta e sessanta si emigrava al Nord con la valigia di cartone oggi lo si fa con una laurea in tasca. Dal 2000 sono stati almeno 200mila i giovani laureati che hanno lasciato il Meridione per trovare casa e lavoro da Roma in su. Un brain drain per il Sud (e brain gain per il Nord) con un costo non indifferente: 30 miliardi. A stimare la perdita netta degli investimenti in istruzione delle Regioni meridionali è uno studio contenuto nel numero monografico della Rivista economica del Mezzogiorno diretta da Riccardo Padovani ed edita dalla Svimez che sarà pubblicato il 22 febbraio dedicato proprio alla «questione» dell’università nel Mezzogiorno.

I 200mila laureati in fuga al Nord
Se negli anni del secondo dopoguerra a migrare era soprattutto giovane manodopera proveniente dalle aree rurali del Mezzogiorno, oggi sono laureati e studenti universitari (immatricolati fuori regione) a spostarsi dalle regioni meridionali e insulari, verso il centro-nord del Paese. Sono insomma i cosiddetti “best and brightest”- spiega lo studio curato da Gaetano Vecchione dell’università Federico II di Napoli - a fare la scelta di migrare. In particolare negli ultimi 15 anni il saldo della migrazione intellettuale italiana è risultato pesantemente negativo per le regioni del Mezzogiorno. Per effetto dei trasferimenti verso il Centro-Nord, si contano circa 200.000 laureati in meno tra i residenti del Mezzogiorno, senza considerare la crescente quota di pendolari a medio e lungo raggio.

Migrano anche gli studenti
Il fenomeno ha assunto «connotazioni preoccupanti» - spiega l’indagine- , soprattutto se si considera che nel 2015 ben il 25% dei migranti totali da Sud a Nord erano laureati rispetto al solo 5% nel 1980 e che nel 2016 il 40% dei residenti al meridione iscritti presso un corso di laurea magistrale, si è spostato presso un ateneo del Centro-Nord. Con alcune regioni che presentano tassi di uscita assai più elevati di altre: se in Abruzzo è solo il 4%, in Campania è il 23%, in Sardegna il 36%, in Sicilia il 43%, in Puglia il 51%, in Calabria il 53%, in Molise il 61% e in Basilicata addirittura l’83%. Nel complesso secondo i dati dell'Anagrafe studenti del Miur, tra il 2004 e il 2015, il numero di immatricolati residenti al Sud ma iscritti ad un corso di laurea (triennale e ciclo unico) al Centro-Nord è passato dal 18% al 26% del totale degli immatricolati meridionali (con quelli magistrali che hanno raggiunto quota 38%).

Il danno economico per il Sud
Ma qual è il danno economico per le Regioni del Sud che soffrono queste migrazioni high skilled? Per calcolare la spesa per istruzione pro-capite, lo studio ha utilizzato i dati dell'Agenzia per la coesione territoriale e dell'Ocse per il periodo 2000-2015 stimando l'investimento pubblico per formare i giovani del Sud residenti poi emigrati prendendo in esame quanto ogni studente beneficia direttamente o indirettamente di alcuni servizi pubblici annoverati nel bilancio pubblico e relativi al capitolo “Istruzione” fino al momento della laurea fissato a una età di 25 anni. La stima sia dell’Agenzia che dell’Ocse del costo sostenuto ammonta a circa 30 miliardi di euro, con una media di 1,8 miliardi all'anno. Cifra questa che secondo l'autore di questa indagine «cattura la perdita secca di un investimento pubblico effettuato ma del quale, a causa della emigrazione, non si raccolgono i frutti. In termini redistributivi, il danno per il Mezzogiorno potrebbe essere assimilato ad un beneficio netto per il Centro-Nord».

 

Una riserva di fondi per gli atenei del Sud
Nel focus pubblicato dalla Rivista economica del Mezzogiorno pubblicata da Svimez c’è anche un articolo di Paolo Sestito e Roberto Torrini di Banca d’Italia che lancia una proposta: creare una riserva di fondi a favore degli atenei del Sud.
In termini di risorse, le università meridionali ricevono circa il 31% dei fondi pubblici, ma registrano ricavi complessivamente inferiori (29%), a causa soprattutto delle minori entrate delle tasse pagate dagli studenti e da finanziamenti da altri soggetti pubblici locali, privati o istituzioni internazionali. Nel complesso tutto ciò si traduce in un minor livello di risorse economiche, che, in rapporto agli studenti iscritti regolari, risultano di circa l'11% inferiori alla media nazionale. Uno squilibrio che si è accentuato negli ultimi anni per la riduzione delle risorse pubbliche e per il calo delle iscrizioni agli atenei del Sud che rischia di dividere le università in due categorie: serie A e B. «Superare tali problemi richiede più fondi in generale e in particolare a beneficio del Mezzogiorno, anche prevedendo una sorta di riserva a favore degli Atenei dell'area». Ma secondo gli autori dello studio occorre «altresì che queste risorse siano ripartite sulla base di criteri e meccanismi che stimolino l'innovazione e il processo di miglioramento degli atenei meridionali».

 

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