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VIOLENZA GIOVANILE IN ITALIA, IL DISAGIO DEI RAGAZZI CHE SCOPPIA IN AGGRESSIONI E ARMI

La violenza da sempre è un tema molto discusso. Oggi si parla di violenza tra adolescenti e giovani in Italia, e ciò non è più un fenomeno marginale, è un campanello d’allarme che racconta fragilità, vuoti educativi e contesti familiari instabili. Dietro ogni rissa, aggressione o uso di armi, ci sono ragazzi che faticano a trovare punti di riferimento e spazi sicuri, e un mondo adulto che troppo spesso fatica a comprenderli e sostenerli. L’indagine “(Dis)armati” di Save the Children, realizzata con il supporto della Fondazione Iris Ceramica Group ETS, mette in luce una realtà complessa, osservata attraverso dati, interviste a operatori sociali, magistrati e amministratori, e il racconto diretto dei ragazzi coinvolti in percorsi di recupero. Dalle grandi città come Roma, Milano, Napoli, Bari e Terni emergono segnali che non possono più essere ignorati.
Negli ultimi anni la violenza giovanile ha assunto forme più immediate e visibili. Gli episodi sono più rapidi, spesso armati, e amplificati dai social network. Coltelli, pistole e oggetti contundenti sono sempre più frequenti tra le mani dei ragazzi, strumenti percepiti come protezione ma che alimentano un clima di paura e tensione. Eppure, dietro questi gesti c’è una realtà opposta. Adolescenti emotivamente fragili, incapaci di gestire le proprie paure, spesso isolati, soli, vittime di ansia, autolesionismo o dipendenze. È questa vulnerabilità a trasformare il disagio in aggressività, a rendere il conflitto sociale una risposta a bisogni inascoltati. Il mondo virtuale ha amplificato il fenomeno. Gruppi temporanei, nati e organizzati attraverso i social, si incontrano per affermare la propria presenza o per sfidarsi in comportamenti violenti, trasformando la rete in un moltiplicatore della tensione. La violenza non è più confinata ai quartieri marginali, ma coinvolge ragazzi di famiglie integrate, italiani e stranieri, di ceti diversi, mostrando come il disagio possa diffondersi in contesti che sembrano socialmente stabili. A questo si aggiunge il rischio di legami con la criminalità organizzata. Nei primi sei mesi del 2025, 46 minorenni sono stati denunciati o arrestati per associazione mafiosa, metà dei quali tra Catania e Napoli. In molti casi, l’attrazione verso il crimine nasce dalla ricerca di appartenenza e riconoscimento che la società non garantisce, trasformando la criminalità in un surrogato educativo e sociale. La situazione pugliese è particolarmente preoccupante. Negli ultimi dieci anni a Bari e in altre province sono aumentati i minori segnalati per lesioni personali e porto abusivo di armi, mentre la presenza di giovani coinvolti in associazioni mafiose resta tra le più alte del Paese. Nel primo semestre del 2025, a Bari, i numeri parlano chiaro: ragazzi denunciati per associazione mafiosa, porto abusivo di armi, lesioni, minacce ed estorsioni. Tutto ciò conferma una dinamica che non accenna a rallentare, anzi suggerisce una ripresa dei fenomeni legati ai clan locali. Gli esperti sottolineano che le soluzioni non possono essere solo punitive. Serve un cambio di prospettiva. Occorre ascoltare i ragazzi, riconoscere le loro fragilità e offrire strumenti concreti per crescere. Famiglia, scuola, servizi sociali e terzo settore devono lavorare insieme, creando spazi sicuri, percorsi educativi inclusivi e opportunità reali di responsabilizzazione. Solo un impegno collettivo può trasformare il disagio in crescita, ridurre la violenza e dare ai giovani alternative concrete a un mondo percepito come ostile e minaccioso. Per un giusto e indiscusso aspetto culturale della legalità, nelle scuole i carabinieri incontrano gli studenti per promuovere il rispetto del diritto. Un percorso di collaborazione tra Forze dell’Ordine e istruzione dove nei temi risalta il rispetto delle leggi, per garantire la tutela dei diritti. Nel contesto scolastico vengono trattati fenomeni sempre più diffusi: bullismo, cyberbullismo e l’uso dei social. Iniziative queste mirate con l’obiettivo di rafforzare il senso civico tra i più giovani.

Caterina Sollazzo

GIORNALISTA

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